"Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno" (Benedetto Croce)

Inversamente proporzionale

Abbiamo qui il sospetto, riteniamo legittimo (ma di questi tempi non si sa mai), che lo spazio dedicato in questi giorni ai cosiddetti Stati Generali contiani di Villa Pamphilij (paginate sui giornaloni, minutate sui telegiornaloni) si rivelerà alla fine inversamente proporzionale rispetto ai suoi risultati concreti.

Verba et voces, praeteraque nihil!

Oh, certo, vorremmo tanto che l'incontro (o meglio: la serie di incontri) diventasse il punto di partenza di una nuova "Rivoluzione italiana"; di una ripresa, una rinascita, un... Rinascimento! Ma temiamo che così non accadrà.

Pessimismo cronico, direte. Infatti. È che andiamo sempre d'accordo con quanto scriveva Prezzolini nel suo Codice della vita italiana (numero 29): "L'uomo politico è in Italia uomo avvocato. Il dire niente in molte parole è stata sempre la prima qualità degli uomini politici; che se hanno sommato il dire niente al parlare fiorito, hanno raggiunto la perfezione". Guarda caso, il presidente Conte è proprio un avvocato...

Max Weber nel 1917

Giunge quindi, oggi, ancora più attuale la lezione del sociologo e storico tedesco Max Weber, che moriva cent'anni fa, il 14 giugno 1920.

In una conferenza del 1918, intitolata "La politica come professione" (Politik als Beruf, e si tenga presente che Beruf vale sia "professione" che "vocazione") diceva questo:

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Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una «causa» (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. Non nel senso di quel fermento interiore, che il mio compianto amico Georg Simmel usava definire «agi­tazione sterile», particolarmente caratteristica di un certo tipo di intellettuale russo (non certo di tutti) e che ora, in questo carnevale che si ammanta del nome altisonante di «rivoluzione», ha una parte cosi importante anche tra i nostri intellettuali: un «romanticismo di ciò che è intel­lettualmente interessante», campato sul vuoto, senza al­cun concreto senso di responsabilità. Giacché evidente­mente non basta la semplice passione, per quanto sincera­mente sentita. Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una «causa» e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Donde la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo po­litico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La «mancanza di distacco» (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine poli­tica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fred­da lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tut­tavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente u­mana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla pas­sione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilet­tanti della politica che semplicemente «si agitano a vuo­to», è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza, in tutti i sensi della parola. La «forza» di una «persona­lità» politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siflatte.

L’uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità, comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni «distanza», e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi.

La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universi­tari è una specie di malattia professionale. Tuttavia pres­so gli studiosi, per quanto possa apparire antipatica, essa è relativamente innocua nel senso che di regola non nuo­ce all’attività scientifica. Per l’uomo politico è tutt’altra cosa. L’aspirazione al potere è lo strumento indispensa­bile del suo lavoro. «L’istinto della potenza» (Macht­instinkt) - secondo l’espressione in uso – appartiene per­ciò di fatto alle sue qualità normali. Ma nella sua profes­sione il peccato contro lo Spirito Santo comincia quando tale aspirazione al potere smarrisce le «cause» per cui esi­ste e diventa un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamen­te al servizio della «causa». Giacché si dànno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politi­ca: mancanza di una «causa» giustificatrice e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la pro­pria persona, induce l’uomo politico nella fortissima ten­tazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a con­tare sull’«efficacia», ed è perciò continuamente in perico­lo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leg­gera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto dell’«impressione» che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparen­za del potere per il potere reale e, per mancanza di respon­sabilità, di godere del potere semplicemente per amor del­la potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. Infatti, quantunque, o meglio proprio in quanto la potenza è l’in­dispensabile strumento di ogni politica e l’aspirazione al potere una delle sue forze propulsive, non si dà aberrazio­ne dell’attività politica più deleteria dello sfoggio pacchia­no del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimen­to della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale. Il mero «politico della poten­za» (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della «politica di potenza» hanno piena­mente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di al­cuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo po­tuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento bo­rioso ma del tutto vuoto. Esso è il prodotto di uno scetti­cismo estremamente meschino e superficiale riguardo al significato dell’azione umana, non avente nulla in comune con la coscienza del tragico di cui è in realtà intessuta ogni attività, e soprattutto quella politica.

È perfettamente vero, ed è uno degli elementi fonda­mentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui sof­fermarci in dettaglio), che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato e sovente addirittura parados­sale col suo significato originario. Ma appunto perciò, non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uo­mo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mon­dani o religiosi, può esser sostenuto da una ferma fede nel «progresso» – non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una «idea», oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nul­lità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolu­tamente esatto – anche sui successi politici esteriormente più solidi.

(Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi)