"Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno" (Benedetto Croce)

La dittatura dell'emozione

Il caso George Floyd scuote una parte di America e si diffonde, poi, nel mondo. La morte di quest'uomo è tragica e la manipolazione ideologica della quale è fatta oggetto è di un'indegnità oscena. A colpi di immagini sapientemente messe in scena, di slogan unificanti e di testimonianze toccanti, la maggior parte dei media si è fatta trasmettitrice zelante di rivendicazioni progressiste nelle quali un larvato razzismo oppone la gente per il colore della pelle. Quindi, i Bianchi sarebbero dei privilegiati di fronte ai Neri oppressi, sole vittime degli errori polizieschi. I fondamenti statistici e fattuali di questa posizione divisiva non vengono verificati dai media, malgrado siano adepti del fact-checking. Soltanto il messaggio emozionale viene messo in scena, privilegiando l'immagine e i titoloni. Così facendo, i media non svolgono il loro ruolo di trasmettitori di informazione o di opinione: assumono pienamente la loro militanza che s'impone attraverso la dittatura dell'emozione.


Prima manipolazione nel registro dell'emozione: il ritratto di George Floyd che, com'è tratteggiato dalla stampa ufficiale, non suscita che simpatia. Presentato come un "ex rapper e sportivo" (France TV Info), un "gigante gentile" (LCI) o un padre devoto, pochi media rivelano il suo pesante passato di delinquente multirecidivo, capace di puntare un'arma sul ventre di un donna, come riporta il Daily Mail.

Seconda manipolazione: la mancanza di informazioni sulla salute fragile della vittima che è stata, tra l'altro, drogata di fentanil, un oppiaceo 100 volte più potente della morfina, e di cui uno degli effetti è il rallentamento della respirazione, precisa La Voix du Nord.

Terza manipolazione: la negazione statistica. La domanda che avrebbe dovuto essere posta è quella della violenza poliziesca negli Stati Uniti, indipendentemente dall'origine etnica dei poliziotti e delle vittime, e non quella di una presunta oppressione dei Bianchi sui Neri, posizione facilmente smontata dalle cifre ufficiali.

I media impongono l'idea di un presunto privilegio dei Bianchi che opprimono la minoranza nera, dunque vittima di tutto, ma responsabile di nulla. La lotta "antirazzista" che ne consegue diventa l'alibi per pratiche razziste disinibite. Ogni giorno, nuovi video di linciaggi di Bianchi da parte di gruppi di Neri circolano sulle reti sociali, e l'equivalente inverso è difficile, se non impossibile, da trovare.

Questo diktat dell'emozione rende impossibile il dibattito, passo essenziale per l'esercizio della democrazia. Una parte afferma di essere "vittima" senza dimostrare nulla e l'altra parte deve accettare le sue lamentose rivendicazioni e pentirsi. Molte scene onnipresenti che mostrano Bianchi che s'inginocchiano davanti a Neri per chiedere il loro perdono possono essere osservate negli Stati Uniti, e anche in Francia, per mimetismo gratuito. Perdono per cosa, in nome di cosa? I Bianchi del 21° secolo non sono mai stati negrieri. I Neri del 21° secolo non sono mai stati loro schiavi.

Le razze non esistono, secondo una parte della sinistra, tranne quando si tratta di denigrare i Bianchi e d'incensare altri gruppi etnici che si rinchiudono sistematicamente in una posizione vittimistica e debole. Ecco una forma di razzismo che dovrebbe essere maggiormente denunciata e combattuta.

(Grégory Roose, Boulevard Voltaire. Nostra traduzione)