"Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno" (Benedetto Croce)

Il mondo là fuori

Ci risiamo. Il solito coro è tornato a intonare quella vecchia canzone della sconfitta di Trump alle prossime presidenziali americane. Come quattro anni fa, quando per mesi e mesi giornalisti, politologi e sondaggisti ci massacrarono i timpani esaltando le magnifiche sorti e progressive di Hillary Clinton. Poi, però, la realtà si è dimostrata diversa, eh già. Per dire, la nostra modesta impressione è che anche le rivolte pseudo-razziali di questi giorni lo stiano favorendo e non poco, diversamente dalla narrazione dei principali media, soprattutto in quell'America profonda dove le opinioni si tagliano con il coltello o si tiene la Bibbia in una mano e il fucile nell'altra. Ma insomma, un po' di memoria storica da un articolo del 9 novembre 2016: per una lezione (raccontare i fatti, non i propri desideri) ancora tutta da imparare.


Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo mesi spesi di chiacchiere e ipotesi, questo è un fatto. Ma se per valutare il significato e le conseguenze di questo fatto sul piano politico ci vorrà tempo, sul piano giornalistico si possono cominciare a valutare già da ora, perché anche qui ci sono dei fatti: il racconto giornalistico di questa campagna elettorale, basato su sondaggi, sensazioni, opinioni, proiezioni (non statistiche, ma proiezioni del desiderio) della propria bolla, ha quasi sempre dato per scontato la vittoria di Hillary Clinton. «Chi potrebbe mai credere – anche sondaggi alla mano – in una sua sconfitta contro quello spauracchio di imbonitore con una fetta di lasagna in testa che prende le elezioni come un reality?» si leggeva già nel giugno di quest’anno su Wired, in un articolo a cui però si deve dar atto dell’uso di un punto interrogativo.

È successo dovunque, soprattutto negli States, ma lo abbiamo vissuto anche qui in Italia, dove il racconto si è costruito per ovvie ragioni sul riflesso del dibattito statunitense. In pochi credevano veramente che la lotta fosse aperta. Eppure è successo. Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti, ma non solo, Trump ha infatti ottenuto una vittoria non esattamente di misura, sovvertendo tutte le previsioni degli esperti e dei sondaggisti che lo davano spacciato fino a poche ore prima della notte elettorale.

Negli Stati Uniti è evidente la debacle del giornalismo predittivo. A partire dal più celebre e finora quasi implacabile sondaggista, Nate Silver, che su 538.com dava le probabilità di vittoria di Hillary ben oltre il 70 per cento. Ma scivoloni peggiori li hanno fatti anche i suoi colleghi, a partire dal collega Nate Cohn, che sul New York Times dava Hillary vittoriosa addirittura all’85 per cento. Oltre ai sondaggisti, a scivolare sono stati anche eminenti politologi. Michael Walzer, per esempio, professore emerito di Princeton di comprovata esperienza, in un’intervista a Repubblica datata 11 ottobre si sbilanciava su un «Oggi più che mai penso che lei vincerà le elezioni. Forse i democratici strapperanno anche il Senato». Non è andata così. Esattamente come il suo collega Jay DeSart, citato in un articolo del 18 ottobre sul Corriere della Sera: «Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà Hillary Clinton». La probabilità, secondo il professore dello Utah, era addirittura un secco 99,97%. È stato così fino all’ultimo, tanto Robert Reich, segretario del lavoro durante la presidenza Clinton, solo poche ore prima del voto si diceva sicuro: «Don’t worry, Hillary Clinton will win the election».

E in Italia? Come già accennato, il racconto italiano di queste elezioni è stato ampiamente basato su riflessi di quello statunitense. E anche qui da noi, infatti, le previsioni sono state quasi uniformemente dirette verso Hillary. Già dalle fasi iniziali della campagna, a marzo, quando l’ex senatore e giornalista Furio Colombo a LaPresse diceva: «Vincerà Hillary Clinton, in ogni caso. Donald Trump è un personaggio dall’umore variabile, una mina vagante e gli Americani questo lo sanno». Si è visto come lo sanno.

Era marzo 2016, la campagna era ancora molto acerba e i toni, che successivamente si sono infiammati, erano più cauti. Ma le previsioni nostrane non sono cambiate di molto. «Secondo i modelli più accreditati, quelli che abbiamo usato nel corso di tutta la campagna elettorale, vincerà Hillary Clinton», titolava Panorama poche ore prima del voto; «Hillary Clinton ha già vinto le presidenziali. I 10 motivi per cui lo sappiamo», scommetteva Giornalettismo.

E ancora: «La campagna elettorale del candidato repubblicano Donald Trump è ufficialmente finita stanotte […] The Donald è tornato in scena e ha distrutto le residue, esili, chances di vittoria repubblicana.» scriveva Gianni Riotta il 20 ottobre 2016, subito dopo l’ultimo dibattito televisivo. O Massimo Molinari, direttore de La Stampa, che 16 giorni prima di oggi, saltando qualche tappa, iniziava già a pensare al duello Hillary Clinton Vladimir Putin sui cieli della Siria.

«Hillary parte da una base quasi sostanzialmente certa di 221 grandi elettori, contro i 163 di Trump», scriveva Christian Rocca in un lungo articolo di analisi su IL, dando per «improbabile che la sua coalizione di anticlintoniani e di working class bianca possa numericamente superare quella di Hillary». Certo, il direttore del mensile del Sole24ore è stato giustamente prudente e ha aggiunto: «ma questa è solo la teoria, una teoria che nelle scorse elezioni è sempre stata confermata dai fatti, eppure il conteggio reale delle schede potrebbe ancora raccontare una storia diversa». Eppure quel numero che i sondaggi davano sostanzialmente per certo, Hillary non l’ha nemmeno raggiunto.

Da ultimo, anche Matteo Bordone su Internazionale, a meno di un mese dal voto americano, non aveva alcun dubbio sull’esito finale e scriveva un articolo intitolato «Vincerà Hillary Clinton ma i giornalisti raccontano un’altra storia», mettendo sul tavolo la teoria che il testa a testa esistesse più sulle pagine dei giornali che nella realtà. Invece a quanto pare è successo esattamente l’opposto. Trump ha vinto mentre i giornalisti raccontavano un’altra storia. Nemesi elettorale.

Eppure, tutte queste parole, tutte queste statistiche, tutte queste certezze, nel giro di un paio d’ore, come le celebri memorie del replicante di Blade Runner, sono andate perdute come lacrime nella pioggia. Perché? Come è possibile che così tanti analisti, sondaggisti, professori, giornalisti si siano sbagliati così clamorosamente e non siano stati capaci di intercettare una dinamica che, almeno a giudicare dai numeri finali, è difficile pensare sia stata influenzata dalle decisioni dell’ultimo minuto.

Cosa non ha funzionato? Perché gli osservatori più esperti non si sono accorti di cosa stava succedendo? Ma soprattutto, era realmente imprevedibile? No. Qualcuno l’aveva prevista infatti. E anche nei particolari. Il suo nome è Michael Moore, e molti di voi se lo ricorderanno per un bel po’ di documentari contro l’establishment americano, da Bowling for Columbine a … .

E nella nota di Moore, che gli analisti hanno a metà irriso per la sua superficialità, a metà ignorato, ci sono anche degli indizi da seguire per capire come ci siamo finiti in questo pantano che ha affossato ancora di più la credibilità della visione degli analisti, dei sondaggi e della stampa di mezzo mondo.

«Posso immaginare cosa state facendo in questo momento», scriveva Moore dopo aver messo la bomba nel corridoio, «state scuotendo la testa e state dicendo “No, Mike, non succederà mai!”. Sfortunatamente però state vivendo in una bolla, in una una camera chiusa in cui rimbomba l’eco di voi e dei vostri amici, convinti che il popolo americano non eleggerà un idiota come presidente».

In questa frase, probabilmente, c’è la soluzione alla domanda di due paragrafi fa. Perché abbiamo sottovalutato tutti Trump? Perché viviamo in una bolla, in un mondo che si crede maggioritario ma che nella realtà è un’élite fatta di privilegi culturali, economici e sociali. E facciamo fatica, dovremmo avere il coraggio di ammetterlo ora, anche a rendercene conto.

Oggi, se ancora non ce ne eravamo accorti dopo l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia degli ultimi anni, o dopo l’esito del referendum britannico di pochi mesi fa, il mondo non si divide più in Sinistra e Destra. Si divide in Alto e Basso. In Privilegiati e in Subalterni. E tra i privilegiati ci sono ovviamente anche i giornalisti, gli analisti, i politologi, quelli che negli ultimi anni hanno dato per scontato che si potesse avere la temperatura del mondo guardando i risultati di sondaggi e incrociando gelidi bigdata ottenuti da internet. Ma il mondo, la fuori, è più complesso di così. E il giornalismo, se vuole sopravvivere a questo 2016 in cui sta sbagliando ogni cosa — a cominciare da tutto ciò che è girato intorno alla Brexit per finire a questa storia elezione statunitense — deve fare un bagno di realtà.

La temperatura del mondo non si misura soltanto con un computer nel caldo della propria redazione, discutendo con amici e colleghi che vivono nella nostra stessa bolla. Il mondo è la fuori. E se qualcuno avesse fatto un giro e avesse ascoltato le persone che compongono veramente l’America, e non soltanto quelle che popolano i weekend del Village o le stanzette con i posterini dei geek della Silicon Valley, forse, allora, non avremmo deriso Michael Moore e questo risultato, che oggi ci toglie quasi il fiato, l’avremmo già previsto.

(Andrea Coccia, Linkiesta)

Savater a ruota libera

Abbiamo incontrato il filosofo spagnolo Fernando Savater. Scrittore prolifico, tradotto in più di venti lingue, è autore di numerosi saggi, romanzi e opere teatrali che hanno riscosso grande successo, come Etica per un figlio, dove rende la filosofia accessibile ai più giovani. Confinato a San Sebastián, nei suoi natali Paesi Baschi, è con tono gioviale e linguaggio chiaro che Fernando Savater ci offre alcune riflessioni a ruota libera sulla "vita normale", l'educazione 2.0, il complottismo, l'etica e la condizione umana. Più avanti, quando evoca la lingua francese, affluiscono ricordi: ci parla di Cioran, Tintin o ancora Clément Rosset e ci invita a seguirlo nel suo gusto per la "gaia scienza".


Cioran raccomandava il fai-da-te e la musica di Bach come rimedio alla noia. Come ha vissuto l'isolamento a San Sebastián?

In effetti, penso che sia qualcosa di personale e che dipenda davvero da ciascuno di noi. Quello che faccio per superare la noia è quasi lo stesso di quello che ho fatto quando non ero in isolamento, vale a dire guardare film e leggere buoni libri. Purtroppo, l'unica cosa che non posso fare oggi è seguire le corse dei cavalli. Mi manca molto ma affronto pazientemente il mio dolore. Infine, non mi lamento: San Sebastián è il posto migliore per essere confinati, anche se pure Valencia non è affatto male! (ride)

Alcuni predicono un "mondo nuovo" alla fine della crisi, da altri giungono appelli per un "ritorno alla normalità". Cosa le ispirano queste due idee?

In ogni caso, ciò che voglio è una vita normale (ride). Non voglio un mondo nuovo. Nel corso della storia, abbiamo conosciuto molte pestilenze, guerre, massacri, catastrofi e credo che non ne derivi nulla di buono. Certo, al termine di questa crisi potremmo apprendere due o tre cose concernenti la nostra sopravvivenza. Ma quello che voglio è che ci liberiamo di questo virus e che possiamo finalmente uscire come prima e riprendere il corso della nostra vita normale. In breve, voglio che recuperiamo tutto ciò che avevamo perso e che è stato molto buono.

Si è parlato di "guerra". In questa guerra, il nemico (il virus) è potenzialmente ovunque. Come non cadere in paranoia?

Impiegare l'espressione "guerra" è stata a mio avviso una sfortunata metafora inventata da alcuni governi che, con il pretesto della guerra, vorrebbero fare ciò che vogliono. Non c'è guerra perché questo virus non è un nemico. Non è un nemico consapevole che ci attaccherebbe. Con i nemici, almeno, possiamo scendere a compromessi, trovare un accordo. Con un virus, per quanto ne so, è impossibile! Quando c'è un'alluvione, un terremoto o qualsiasi altro disastro naturale, non diciamo che siamo in uno "stato di guerra". Ciò che stiamo vivendo attualmente è un disastro naturale su scala globale. Penso che si debba stare attenti a questo uso metaforico della guerra perché lo si può utilizzare per giustificare molte cose in maniera interessata.

Direbbe che questo virus sfida i nostri stili di vita? È necessario scrivere una nuova etica per Amador?

Non vedo alcuna ragione per la quale questa epidemia metterebbe a repentaglio il nostro stile di vita (ride). Beh, in effetti, lo stile di vita delle persone che mangiano pipistrelli e pangolini è messo in discussione perché ci rendiamo conto della necessità di rispettare rigide norme igieniche per il cibo che mangiamo. Nel Medioevo, le epidemie erano comuni in Europa perché l'igiene non era sufficiente e credo che per fortuna abbiamo fatto progressi su questo punto. D'altra parte, in un paese come la Cina o in alcune regioni dell'Africa, sfortunatamente non sono in vigore le stesse norme di igiene e si possono mangiare animali selvatici in varie forme. È una pratica che dovrebbe essere vietata. A parte questo, non credo che i nostri modi di vivere abbiano a che fare con questa pandemia.

Abbiamo scoperto che la scienza non è onnisciente e che la politica non ha risposte a tutto. È un invito alla modestia?

Credo che sia soprattutto un invito al buon senso. A questo punto, sappiamo tutti che la politica non è per tutto e, a volte, data la goffaggine dei nostri leader, possiamo anche dubitare che serva a qualcosa. La scienza è molto importante perché risolve molte cose, ma non può fare tutto. La scienza dipende dalle nostre conoscenze e queste sono limitate. Siamo esseri limitati e non possiamo aspirare all'assoluto.

Questa crisi sanitaria ha messo in luce la morte. Che ci insegna essa sul nostro rapporto con la morte?

Mi pare che avessimo già conosciuto prima la morte. Non abbiamo avuto bisogno di aspettare questa pandemia per conoscere la morte. Sin dagli inizi dell'umanità abbiamo sofferto di questa epidemia che è la morte. Dirò una banalità, ma la morte è mortale nel cento per cento dei casi! Questa è l'unica certezza riguardante la specie umana: soffriamo dell'epidemia della morte nel cento per cento dei casi! L'umano è sempre in balia della morte. Quello che abbiamo visto accadere sotto i nostri occhi è una nuova causa di morte e un accumulo di decessi in un breve periodo di tempo. A volte i decessi accadono in circostanze drammatiche: incidenti stradali, incidenti aerei, ecc. Di fatto, abbiamo visto i morti accumularsi ed è giunto un momento nel quale il numero dei morti era tale che non abbiamo potuto dir loro addio secondo le regole e i riti propri della nostra civiltà. Questo è un trauma per molti di noi.

Direbbe, come altri filosofi, che abbiamo perso il senso del tragico?

Questa è una stupidaggine! Ultimamente, abbiamo notato che quelli che normalmente vengono chiamati "filosofi" sono persone che si danno da fare a pronunciare tutti i tipi di luoghi comuni, cliché, assurdità o persino enormità che non significano assolutamente nulla. Quando pensiamo a cosa stavano facendo "persone serie" come Aristotele o Kant, ci diciamo che si è lasciata la filosofia in pessime condizioni... Ora i nostri "filosofi" sono "piccoli personaggi" del pensiero che si credono obbligati a intervenire su tutto dicendo non importa che cosa.

Siamo vulnerabili di fronte alla morte. Potrebbe parlarci della solidarietà che, come ha scritto, trasforma una "moltitudine in società"?

È precisamente da là che viene l'etica. Il fondamento dell'etica è la vulnerabilità umana. Se fossimo invulnerabili come gli dei immortali dell'Antichità, non avremmo bisogno della morale. I primi cristiani furono molto sorpresi nel vedere quanto fossero "immorali" gli dei pagani: commettevano tutti i tipi di atrocità e si divoravano tra loro. Questi primi cristiani non potevano capirli! Hanno proiettato un'etica "umana" su esseri immortali che non hanno, per definizione, bisogno di caricarsi di principi morali. Quello che fa l'etica è precisamente la nostra condizione fragile e vulnerabile. Dobbiamo prenderci cura di noi per non "spezzarci" gli uni gli altri. La nostra condizione precaria ce l'impone.

L'umanità si è data il compito di salvare l'intero pianeta. Significa che la salute è diventata il valore assoluto delle nostre società?

Prima di tutto, non sono sicuro che l'umanità si sia data questa missione. In ogni caso, se l'ha fatto, non mi ha consultato. Non ero presente quando ha preso questa decisione (ride). Penso che l'unico progetto che dovrebbe avere è prendersi cura di se stessa. Il pianeta non m'interessa che nella misura dove vivo. È evidente che se lo danneggiamo, ne subiremo le conseguenze. Se non fossi sulla terra, non mi importerebbe. Il problema è che viviamo tutti sullo stesso pianeta e che non abbiamo un pianeta di ricambio. Quindi, in effetti, la salute è un elemento importante ma non è il valore assoluto. Non è vero che la salute è al di sopra di ogni altra cosa. La salute è una condizione necessaria, ma non è un valore. È un bene indispensabile, un prerequisito, ma non è un valore. I valori sono la giustizia, la solidarietà, l'amicizia ecc.

Cosa le ispira il "principio di precauzione"? Avrà un impatto sulle nostre libertà?

Un fatto importante nelle nostre attuali società è che siamo in una forma di prossimità e contatto permanente. Viviamo circondati da centinaia di migliaia di persone che si spostano facilmente da un punto all'altro del globo. In passato, va ricordato, gli esseri umani non conoscevano più di trecento-quattrocento persone in una scala di vita. Vivevano in villaggi dove c'era poco o nessun mezzo di trasporto. Oggi, ognuno di noi, semplicemente tramite Internet, in pochi clic, ha accesso a un viaggio digitale che ci consente di conoscere centinaia di migliaia di persone. Questo ha i suoi vantaggi e ce ne sono molti, ovviamente. Apre mondi e orizzonti che sono stati completamente chiusi e insospettati fino ad ora. Ma anche questo ha i suoi problemi: ci sono migliaia di persone che ogni giorno entrano in collisione con le nostre vite. In queste condizioni, bisogna prestare attenzione a non pestare i piedi del proprio vicino. Dobbiamo prendere più precauzioni per preservarci e non scioglierci, dissolverci, nello stampo di questa moltitudine.

Come vede il "complottismo" che infuria sulle reti sociali? Esiste un vaccino contro questo fenomeno? 

Temo di no. Penso perfino che peggiorerà. Ricordo che un giorno mentre stavo parlando con Umberto Eco, a una svolta della conversazione, Umberto mi disse: "il problema non è che ci sono più imbecilli di prima, è che adesso ogni imbecille ha un mezzo d'espressione". In effetti, prima, si potevano incontrare molti imbecilli per la strada, ma non si sapeva se lo fossero veramente. Non intervenivano nelle nostre vite. Non si dovevano subire le loro opinioni e ricevere i loro messaggi. Oggi, purtroppo, tutti gli imbecilli hanno un mezzo d'espressione a portata di mano e quindi hanno voce in capitolo. Entrano nelle nostre vite. È un processo inevitabile. È come una macchia che ci sporca dentro e che inquina il dibattito pubblico.

Ha scritto molto sull'importanza dell'educazione nella nostra vita. Cosa le ispira l'istruzione a distanza?

Mi preoccupa. Durante questo confinamento, le relazioni virtuali e il telelavoro hanno ovviamente acquisito molta importanza. Tuttavia, sono preoccupato che l'educazione stia diventando qualcosa che sta accadendo a distanza. Nell'istruzione c'è una parte "informativa" che può adattarsi perfettamente a questa distanza. Dopotutto, utilizziamo bene Internet per ottenere informazioni in tutte le aree di conoscenza. Resta il fatto che l'educazione è qualcosa che richiede una presenza. Nella vita umana ci sono cose che devono essere fatte "corpo a corpo": l'amore, l'educazione, sono cose che non si possono fare "virtualmente". Nessuno può imparare a vivere senza vedere vivere gli altri esseri umani. La vicinanza degli esseri umani ci insegna le abilità della vita. La formazione personale di ciascuno deve essere fatta da "te a te". Uno schermo non può sostituire una relazione di quest'ordine e quindi non può rimpiazzare gli insegnanti. La forza della presenza umana, il "vedere dal vivo", vale a dire come una persona incarna la conoscenza, è fondamentale nella formazione di un essere umano. In effetti, non si tratta semplicemente di trasmettere una conoscenza "informativa" (una raccolta di informazioni), questa conoscenza deve incarnarsi in una persona e, quindi, nella sua vita. Questa è la lezione che dobbiamo apprendere.

Ha tradotto Emil Cioran in spagnolo e mostra un grande interesse per la cultura francofona. Può parlarci del suo rapporto con questa cultura e degli autori che ha letto?

Posso dire che ho avuto un'istruzione completamente francese! Ho imparato a leggere e a parlare francese - a metà (ride) - a quattro-cinque anni. Nei Paesi Baschi, a quel tempo, era normale che i bambini crescessero con una governante francese. Questa "mademoiselle" ci ha accompagnato, ci ha insegnato il francese e, nel mio caso, ha avuto una grande influenza nella mia vita. Era una professoressa eccezionale con una personalità molto grande! A partire da quel momento, ho letto in francese costantemente. Ogni fine settimana andavamo a Biarritz o Bayonne e ricordo di aver comprato lì le storie di Tintin. Siccome mi piaceva molto Tintin, ma mi vergognavo di parlare francese, mia madre mi costringeva a entrare da solo nei negozi perché parlassi poter con i venditori. È grazie a Tintin e a mia madre che ho osato parlare francese! Più tardi, mi sono messo a leggere molti "classici" francesi che non venivano venduti in Spagna sotto la dittatura... A partire da Sartre e Simone de Beauvoir, ovviamente. Ma il francese mi ha permesso di leggere anche autori di lingua spagnola che nessuno leggeva all'epoca. Per esempio, le prime opere di Borges, le ho lette in francese nella traduzione di Roger Caillois! Grazie al francese, ho quindi letto molti libri interdetti sotto la dittatura o molto difficili da trovare... Penso che il francese mi abbia dato un piccolo vantaggio sui miei compatrioti (ride)! In seguito, come hai detto bene, ho tradotto Cioran, ma anche Voltaire e numerosi autori del secolo dei Lumi che hanno una grande influenza nel mio pensiero. Posso anche dire che ho più libri in francese che in spagnolo nella mia biblioteca!

E mi sembra che lei abbia anche conosciuto Clément Rosset, uno dei grandi amici di Cioran?

Sì, assolutamente! Credo di essere stato modestamente uno dei primi, se non il primo, a scoprirlo e farlo conoscere in Spagna. Nel 1970, nel mio primo libro Nihilismo y acción, già citavo Clément Rosset che era allora un perfetto sconosciuto in Spagna e oltretutto molto poco conosciuto in Francia. Ho intrattenuto una corrispondenza costante con Cioran che, come hai detto, era un grande amico di Clément Rosset. Fu quindi per sua intermediazione che incontrai Rosset con il quale pure ho intrapreso una corrispondenza e ricordo benissimo la prima volta che venne a Madrid. Ai miei occhi, Clément Rosset è stato uno dei filosofi contemporanei più importanti!

(Intervista di Paul Pierroux-Taranto da Le Petit Journal. Nostra traduzione)

Profughismo perenne?

Nell’episodio 10 della terza stagione della geniale serie di cartoni animati “Rick and Morty”, compare un funzionario che dà questa notizia al presidente americano: “Israele e Palestina hanno annunciato una tregua permanente: hanno firmato una certa cosa chiamata Accordo Abbastanza Ovvio Se Ci Pensi”. Ineccepibile. 

Da lunghi anni tutti sanno quali sarebbero i termini di un plausibile accordo di compromesso territoriale fra israeliani e palestinesi. Il guaio è che questo Accordo Abbastanza Ovvio Se Ci Pensi è già stato ripetutamente proposto da parte israeliana, e ripetutamente respinto da parte palestinese. Anche questo lo sanno tutti, ma quasi tutti preferiscono chiudere gli occhi e dimenticarsene.

"Rick and Morty", stagione 3, episodio 10

È del tutto legittimo discutere e criticare il piano Trump o la progettata “annessione unilaterale” di parti della Cisgiordania. Meno legittimo, e un po’ indecente, è discettare e condannare piani e progetti facendo finta che non sia mai esistito il reiterato rifiuto palestinese di accordi che avrebbero dato vita già da tempo a uno stato palestinese praticamente sul 100% dei Territori e capitale a Gerusalemme est.

Pochi giorni fa settanta parlamentari italiani del centrosinistra e del M5S hanno firmato una lettera in cui chiedono al presidente del consiglio Giuseppe Conte di “condannare nel modo più esplicito” l’intenzione israeliana di annettere “alcuni territori della Cisgiordania”, definendola “una pietra tombale … sulla prospettiva di due popoli e due stati che convivano in pace e sicurezza reciproca”. Nella lettera dei parlamentari italiani (così come negli appelli rivolti al governo Netanyahu-Gantz dal presidente francese Emmanuel Macron, dal premier britannico Boris Johnson, dal premier spagnolo Pedro Sanchez, nonché nelle minacce formulate dal rappresentante della politica estera europea Josep Borrell) non compare una sola parola su quei rovinosi rifiuti palestinesi, che sono la vera “pietra tombale” su ogni concreta proposta di soluzione a due stati.

(E fossero solo i palestinesi. Proprio in questi giorni ricorre il ventesimo anniversario del ritiro delle truppe d’Israele dalla fascia di sicurezza nel Libano meridionale. Due mesi prima di quel ritiro, Amos Oz scriveva su Haaretz: “Nel momento stesso in cui ce ne andremo dal Libano meridionale dovremo cancellare la parola Hezbollah dal nostro vocabolario, giacché non avrà più alcuna importanza una volta che Israele sarà tornato al suo confine settentrionale internazionalmente riconosciuto”. Si è poi visto come sono andate le cose. Ma anche di Hezbollah e Iran non c’è traccia negli accorati appelli a Conte e a Netanyahu.) 

Almeno da una quindicina d’anni, nel dibattito politico israeliano è diventato persino banale ricordare che i rifiuti palestinesi sono ciò che ha letteralmente devastato il campo della sinistra israeliana pro-concessioni e pro-stato palestinese. E che è da quei rifiuti che deve per forza ripartire qualunque ragionamento serio.

Un tentativo importante lo hanno fatto Einat Wilf e Adi Schwartz, due esponenti della sinistra sionista pro-stato palestinese che si sono riproposti di capire davvero da dove nasca l’intransigenza palestinese. Il risultato della loro ricerca è un libro uscito in Israele nel 2018, ed ora in inglese col titolo The War of Return: How Western Indulgence of the Palestinian Dream has Obstructed the Path to Peace (La guerra del ritorno: come l'indulgenza occidentale verso il sogno palestinese ha bloccato il cammino per la pace). E chissà che il panorama editoriale italiano, dove non mancano mai gli Ilan Pappé, le Amira Hass e i Charles Enderlin, possa presto arricchirsi della traduzione di questo prezioso lavoro.

Con ampia documentazione, dovizia di particolari e buona capacità di sintesi, Wilf e Schwartz sostengono che, se si vuole arrivare alla pace, è necessario che i palestinesi abbandonino il cosiddetto "diritto al ritorno". Questo infatti, secondo gli autori, è il vero nodo gordiano, che precede e sovrasta questioni come la spartizione del territorio, la politica degli insediamenti (che disapprovano) e persino Gerusalemme.

È sul mito del ritorno che si è costruita in settant’anni l’identità nazionale arabo-palestinese, incardinata nell’idea che l’unica soluzione al problema dei profughi, e al conflitto nel suo insieme, sia tornare alla situazione pre-1947. Nessun leader palestinese potrà mai accettare qualcosa meno di un pieno e incondizionato riconoscimento del loro inalienabile “diritto al ritorno”. Il guaio è che il “diritto al ritorno” non è un diritto, non è un ritorno e comunque è irricevibile.

Wilf e Schwartz ricordano gli scambi di popolazione internazionalmente considerati normali e persino auspicabili almeno fino a tutto il secondo dopoguerra, e le centinaia di milioni di profughi che nel XX secolo sono stati reinsediati e riabilitati senza alcun “diritto al ritorno”, da quelli di India e Pakistan ai tedeschi orientali, dai nord-coreani agli italiani di Istria e Dalmazia, fino agli stessi ebrei cacciati dai paesi arabi.

E ricordano che la stragrande maggioranza dei 5 milioni e mezzo di “profughi” palestinesi oggi assistiti dall’Unrwa non hanno mai messo piede in terra palestinese, molti altri al contrario vi si trovano già e sotto governo palestinese (nell’Autorità Palestinese e a Gaza), altri ancora hanno acquisito la cittadinanza di paesi terzi: per cui quasi tutti non sono nemmeno definibili “profughi”.

E sottolineano che la sempre citata Risoluzione 194 del 1948 non era vincolante, era composta da 15 articoli che delineavano una complessiva pace arabo-israeliana motivo per cui fu rifiutata dai paesi arabi, e che solo l’art. 11 si occupava dei profughi citando il rimpatrio come una delle opzioni possibili e senza mai menzionare la parola “diritto”.

E documentano il cinico, spesso esplicito, sfruttamento politico della condizione dei profughi messo in atto per decenni dai paesi arabi. Soprattutto, narrando il ruolo controproducente, deleterio, a tratti assurdo svolto per decenni dall’agenzia Unrwa con finanziamenti internazionali, Wilf e Schwartz puntano il dito non tanto sull’irredentismo palestinese, che è frutto della loro condizione, bensì sulla condiscendenza con cui il resto del mondo ha alimentato e continua ad alimentare l’illusione palestinese di voltare all’indietro le pagine della storia.

E ci informano che l’Olp definisce “inalienabile e individuale” il “diritto” dei profughi e dei loro discendenti a stabilirsi, non nel futuro stato di Palestina, bensì dentro Israele. Vale a dire che né Abu Mazen, né l’Autorità Palestinese, né la stessa Olp sono depositari di tale “diritto” e che pertanto non possono negoziarlo né tantomeno cederlo. Secondo questo punto di vista, Israele dovrebbe accettare di mettere la propria sovranità, a tempo indefinito, nelle mani di ogni singolo profugo o discendente di profugo palestinese, qualunque cosa si intenda con questo termine.

“Se Israele accettasse tale principio – notano Wilf e Schwartz – spalancherebbe la porta alla reiterata e illimitata richiesta della sua applicazione”. Sarebbe la realizzazione per via giuridica del progetto di creare sì due stati fra il Giordano e il mare: ma uno esclusivamente arabo, l’altro arabo con una (mal tollerata) minoranza ebraica. “E’ tempo che la comunità internazionale si renda conto che la visione palestinese di una terra esclusivamente araba dal Giordano al Mediterraneo è effettiva – scrivono Wilf e Schwartz – e che nessuna pace sarà possibile se questa visione non viene sostituita da un’altra che non neghi l’autodeterminazione ebraica”, cioè “non pretenda la fine di Israele”.

Il maggiore ostacolo a una autentica prospettiva di pace, secondo i due autori, è stata la creazione di questa sorta di perenne “profughismo”, al punto che “la convinzione dei palestinesi di essere profughi eterni, titolari per nascita di un diritto al ritorno dentro Israele, si è profondamente radicata nell’identità stessa palestinese e nel suo ethos collettivo”.

I loro movimenti differiscono su tempi e modi per realizzare l’obiettivo, ma non c’è una sola voce palestinese che esorti a superare questa forma di sterile revanchismo e andare oltre, come fece Willy Brandt nel famoso discorso del 7 dicembre 1970 quando disse ai profughi tedeschi orientali che i territori da cui erano stati brutalmente espulsi erano definitivamente perduti e il ritorno “una rivendicazione irrealizzabile”.

Bisogna capire, scrivono Wilf e Schwartz, che per i palestinesi “il ritorno non è una carta da usare nel negoziato per raggiungere l’obiettivo principale dell’indipendenza. Il ritorno è l’obiettivo principale”, in nome del quale hanno più volte rinunciato all’indipendenza. Perché “la guerra lanciata più di settant’anni fa per impedire il piano Onu di spartizione e la nascita di uno stato ebraico entro qualunque confine non è mai finita”.

Dunque, “la risoluzione del conflitto non sta nel trovare soluzioni tecniche su confini, insediamenti e nemmeno su Gerusalemme, ma innanzitutto nel convincere il mondo arabo-musulmano, e in particolare i palestinesi, ad accettare il diritto degli ebrei ad esercitare la loro sovranità” in Medio Oriente. Quando i palestinesi lamentano che “riconoscere la legittimità di uno stato ebraico” equivarrebbe a “rinunciare al diritto al ritorno”, la risposta internazionale dovrebbe essere: “Sì, significa proprio questo”. Solo così si potrà aprire la strada a uno stato palestinese che viva a fianco di Israele in pace e sicurezza reciproca. Poi tutto il resto è trattabile. Ma vallo a spiegare a Borrell e ai settanta parlamentari italiani.

(Marco Paganoni, direttore di Israele.net, via Informazione Corretta)