"Ogni mattina un buon giornalista deve dare un dispiacere a qualcuno" (Benedetto Croce)

Loro possono? I progressisti e l'odio

Il dittatore cubano Fidel Castro è una mente facilmente eccitabile. E così è fuori di sé quando apprende nell'ottobre del 1962 che il suo alleato comunista Nikita Krusciov non ha voglia di una guerra nucleare con gli Stati Uniti per liberare il mondo dal giogo dell'imperialismo. "Figlio di puttana!" così lo chiama, "Stronzo! Senza palle! Gay!". Poco dopo, Castro si trova di fronte a una folla agitata e insieme gridano: "Nikita, mariquita!", Nikita, frocetto!

Ciò che oggi sarebbe valutato come un discorso di odio omofobico non era una scappatoia, ma un'espressione di profondo disprezzo per i gay. Castro e il suo compagno stalinista Che Guevara hanno avuto migliaia di omosessuali e uomini "effeminati" imprigionati e maltrattati senza accusa negli anni '60. Tuttavia, il brutale dittatore gode in Occidente ancora di uno status di culto perché ha fronteggiato i malvagi Yankee - specialmente tra socialdemocratici e verdi che si sentono impegnati a proteggere le minoranze e a progredire.


Intolleranza crescente
L'apparente paradosso che gli oppressi, le minoranze e i loro presunti "liberatori" alla Castro possano agire come odiatori gay, antisemiti, razzisti e oppressori è un dilemma costante per i progressisti occidentali. E se la realtà non corrispondesse alla vecchia teoria antimperialista secondo cui gli uomini bianchi del primo mondo sono responsabili dell'odio e dell'intolleranza?

Il problema sorge ancora di più ora che gli autori della violenza non colpiscono più nella lontana Avana, ma nel mezzo delle nostre città (apparentemente) cosmopolite, di fronte a club gay e insediamenti multiculturali. A Zurigo, Amburgo o Berlino, ad esempio, gli omosessuali devono sempre più aspettarsi di essere assaliti, picchiati o pugnalati. A Berlino, il sindaco del distretto Angelika Schöttler (SPD) ha recentemente sollevato bandiere arcobaleno extra perché la violenza non si abbassa nemmeno durante la crisi del Coronavirus. 

Molte delle persone colpite sono riluttanti a parlare degli autori, ma quando lo fanno, si parla spesso di giovani con "accenti molto sorprendenti", come un omosessuale ha recentemente dichiarato alla SRF. Questo si riferisce ai migranti provenienti da culture e stati in cui la mascolinità arcaica è comune e gli omosessuali possono aspettarsi di essere ostracizzati o addirittura puniti con la morte.

Oltre agli omosessuali, molti ebrei europei si sentono sempre più insicuri. Secondo i sondaggi, non ne sono responsabili soltanto gli estremisti di destra, ma anche gli odiatori di Israele e i musulmani radicali, questi ultimi spesso citati per primi. In Francia, gli islamisti hanno ucciso oltre due dozzine di ebrei negli ultimi vent'anni, oltre a numerosi pestaggi e accoltellamenti. Numerosi quartieri sono ora considerati una zona pericolosa, decine di migliaia di ebrei hanno lasciato il paese negli ultimi anni.

«Questo» ha colpito
La convinzione che una società colorata diventerà automaticamente più tollerante e pacifica è degna di discussione quanto l'affermazione che Fidel Castro era un vendicatore avanzato degli oppressi. Sarebbe tanto più importante avere una discussione su come proteggere le società aperte senza rivelare i loro principi. Ma come ai tempi di Fidel, quando il trambusto gay era semplicemente "trascurato" o sostituito con riferimenti alle peggiori sanzioni statunitensi, la tentazione è ancora grande oggi di spazzare via ogni dissonanza tra desiderio e realtà con tutte le possibili battute.

Un trucco popolare è quello di affrontare i problemi menzionati senza specificare le cause. Il "Tages-Anzeiger" ha recentemente dimostrato che "l'odio per tutto ciò che è ebraico" è in aumento ovunque, anche in Francia. Lì, la situazione della minaccia era peggiorata a tal punto che "l'emigrazione ebraica in Israele si è verificata negli ultimi anni". Il lettore non impara mai a cosa sono collegati questa situazione di minaccia e l'esodo. "Questo" succede e basta.

Oltre al «questo», ci sono un certo numero di parti colpevoli riconoscenti, con le quali apparentemente la maggior parte delle cose può essere spiegata. Gli estremisti di destra, ad esempio, che sono parzialmente responsabili dell'odio ebraico, ma non sono più soli. Oppure Donald Trump e "i populisti di destra", la cui ascesa secondo politici come Rosmarie Quadranti (BDP) spiega la crescente violenza contro le minoranze. 

Nel frattempo, argomenti sgradevoli come "odio per gli ebrei e l'Islam" devono essere evitati, ad esempio usando la parola chiave antisemitismo nello stesso respiro dell'islamofobia apparentemente ugualmente cattiva o persino peggiore. Secondo il messaggio implicito, i musulmani possono essere solo vittime, anche se è stato dimostrato che la maggior parte dei paesi arabi è fortemente antisemita. Se gli immigrati musulmani sono antisemiti, è "apparentemente" anche a causa di una crescente "islamofobia" in Europa, il "Tagesspiegel" tedesco ha speculato proprio nell'anniversario della liberazione di Auschwitz - ed è stato anche applaudito in Svizzera.

Alla fine, secondo la logica che sta dietro, "la colpa è della società ". In questo, i risentimenti antisemitici e antiomosessuali sono comuni quanto i pregiudizi generali contro i musulmani. Tuttavia, ciò non può essere né una giustificazione né una spiegazione per l'aumento a volte massiccio di atti di violenza registrati contro ebrei e minoranze sessuali. Quando il progetto anti-violenza di Berlino, Maneo, scrive in un lungo rapporto che l'omofobia è vista come un "problema per la società nel suo insieme", ammettendo allo stesso tempo che il 90 per cento degli autori a Berlino sono noti alla polizia e preferiscono attaccare quartieri come Neukölln, questo sembra quasi evocativo.

I progressisti favoriscono le tendenze reazionarie
Il riflesso di minimizzare e reprimere il razzismo e la violenza non appena gli autori appartengono alle minoranze sociali e religiose è inizialmente comprensibile. Può essere visto come una contro-reazione ai tentativi della Destra di rendere collettivamente le minoranze responsabili di tutti i mali del mondo. Inoltre, non è molto credibile che alcuni conservatori ora si preoccupino improvvisamente dei diritti degli omosessuali o si lamentino del destino degli ebrei.

Al contrario, vale anche: coloro che designano collettivamente determinate minoranze come vittime effettive e che, per paura delle accuse razziali, credono di poter cercare solo i piloti dell'intolleranza e della "inimicizia legata al gruppo" nel mezzo della società, stanno giocando un gioco non meno pericoloso. Perché i problemi di cui tutti e quindi nessuno sono responsabili non possono essere combattuti. Gli autori difficilmente saranno impressionati da alcune bandiere arcobaleno e appelli ben intenzionati. E chiunque cerchi di ingannare il pubblico sull'ovvio non può solo suscitare sfiducia e paura. Non prende sul serio le persone colpite.

Il teologo Bruno Amatruda si lamentò due anni fa sulla rivista "Bref" che la sinistra era "responsabile dell'ascesa del mostro populista di destra a causa dei suoi tabù". È significativo che il "paradosso delle minoranze di sinistra" (Amatruda) provochi dispiacere, specialmente negli ambienti ebraici e omosessuali. Kurt Aeschbacher, ex presentatore televisivo omosessuale, ha recentemente dichiarato alla NZZ che la violenza "naturalmente" anti-gay oggi ha un background culturale o religioso - e si aspetta che i politici "non pretendano problemi attraverso una prospettiva ideologicamente velata". Le dichiarazioni sono state rivolte direttamente alla verde direttrice della polizia di Zurigo Karin Rykart, che ha spiegato gli attacchi agli omosessuali affermando che gli autori erano poveri e maschi - tutti fattori per i quali una persona semplicemente non può fare nulla e che non hanno nulla a che fare con l'odio educato.

Assurdamente, l'arte apparentemente progressista di distogliere lo sguardo, mettere le cose in prospettiva e avere una comprensione aumenta il rischio di regressione sociale. Soprattutto perché gli autori possono sentirsi incoraggiati a vivere il loro comportamento da padrone di casa ovunque. A prima vista, potrebbe essere pragmatico quando i politici di sinistra chiedono che i rifugiati omosessuali vengano ricollocati perché vittime di bullismo negli alloggi da altri richiedenti asilo, come è accaduto a Zurigo o Ginevra. Nella sostanza, tuttavia, ai molestatori non viene detto altro che questo: «Non devi cambiare tu, ma gli altri. E se non vuoi, non devi vivere con persone il cui orientamento sessuale o religione non ti soddisfa».

La fase finale di questo sviluppo sta apertamente assecondando gli autori. A Malmö, ad esempio, dove una passeggiata con kippà attraverso le zone islamiche può essere pericolosa, gli ebrei stessi dovrebbero essere responsabili dell'antisemitismo perché non prendono le distanze da Israele - almeno questo è ciò che una volta disse il sindaco socialdemocratico. Ciò rivela precisamente quei valori e le minoranze per le quali la sinistra un tempo rappresentava. Questo vale anche per tutti i musulmani che vogliono vivere una vita libera in Occidente.

Le conseguenze di questo tradimento sono già evidenti in Francia. Lì gli islamisti sono stati tollerati per anni per paura delle accuse di razzismo. Come ha recentemente dimostrato un gruppo di ricercatori, alcuni politici collaborano addirittura con loro per ottenere voti. Nei distretti controllati dall'islamismo, la società aperta è un ricordo del passato: le donne devono essere velate, i musulmani dalla mentalità aperta sono molestati e i "non credenti" hanno poco da fare come i non bianchi nelle aree dominate dalla destra della Germania orientale. O come i gay nel paradiso della rivoluzione di Fidel Castro. Disse in età avanzata di essere dispiaciuto ma questo non ha impedito agli omosessuali di festeggiare la sua morte. La sinistra europea, per converso, gli ha inviato l'estremo saluto.

(Lucien Scherrer, Neue Zürcher Zeitung)

La maggioranza non è un'opinione

Roberto Ridolfi, "Maggioranza", Corriere della Sera, 1 settembre 1975:


Tra le poche carte del mio trisavo Gino Capponi che mi sono rimaste in casa, ho care in special modo certe schede da lui compilate per la futura quinta impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca. Sono scritte tutte di suo pugno, con una mano ancor ferma; ciò che me le fa ritenere sicuramente anteriori al 1840, nel quale anno la vista gli si era annebbiata «al punto di non poter più leggere» e di scrivere non senza stento: proprio come sta accadendo ora al suo trisnipote. Le trovai in fondo a un cassetto della stessa scrivania sulla quale sto scrivendo questa prosuccia.

Una delle schede si riferisce a certa particolare accezione del vocabolo Maggioranza, con esempi spogliati da scrittori del buon secolo della lingua. Fra gli esempi c'è questo, che il candido Gino aveva trovato nel Tumulto dei Ciompi del suo omonimo antenato trecentesco: «Un calzolaio prese Carlo Strozzi per il petto, dicendo: Carlo, Carlo, le cose andranno altrimenti che tu non ti pensi e le vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano». Codesto esempio fu poi riportato puntualmente nel volume nono del Vocabolario, uscito soltanto nel 1905 e cioè trent'anni dopo la morte di Gino, dove è preceduto da un esempio cavato dalle novelle di Franco Sacchetti: «Per maggioranza ci vogliono togliere il nostro». In ambi i casi, dunque, «maggioranza» vale (come avvertono i compilatori) «arroganza», o «prepotenza» e simili; forse anche «soperchieria».

Quella scheda m'è tornata alla mente nei giorni scorsi, avendo appreso dalla nostra stampa quotidiana (e quindi, per la verità, di seconda mano) la stupefacente affermazione che il compagno Konstantin Zarodov, un autorevole caporione del partito comunista sovietico, avrebbe scritto nella autorevolissima «Pravda». La cosa ha fatto troppo scalpore per non essere ormai risaputa da tutti; però, se ai più distratti fosse sfuggita, sentite un poco che roba: «Maggioranza non è un concetto aritmetico, ma politico».

Presi alla sprovvista, c'è da restare senza fiato. «Maggioranza», nella nostra lingua (e i corrispondenti vocaboli in ciascuna delle altre), quando venga usata a significare la maggior parte degli individui che compongono un'assemblea o una nazione, oppure la maggior parte dei suffragi da loro espressi, è un anglolatinismo entrato in circolazione fra noi verso la fine del Settecento, insieme a tanti altri similmente derivati dalla vita politica della Gran Bretagna: la nazione che fu a tutti e a tutti dovrebbe essere ancora maestra di democrazia.

Perciò è chiaro e lampante che in questa moderna accezione (della quale lo stesso Vocabolario registra un solo esempio della prima metà dell'Ottocento, mentre il Tommaseo, pur suggerendoci di dire «i più» o «i meno», ricordò che «quando il maggiore o il minore numero è quasi personificato, allora forza è dire la maggioranza») il vocabolo non può né potrebbe in alcun modo avere che un valore strettamente numerico, cioè aritmetico. Volgarmente si dice che l'aritmetica non è una opinione; per il compagno Zarodov e per la «Pravda», che pubblica il suo articolo in un paese dove non muove foglia che il PCUS non voglia, si vede che invece lo è: e precisamente, appunto, un'opinione politica.

Questa, a noi anime semplici, sembra una enormità, oppure una solenne freddura, o addirittura una cosa senza senso comune: a noi, dico, che non sappiamo troppo di leninismo. Ma dovremmo però sapere o ricordare certi memorabili fatti della storia contemporanea che sono appena di ieri, e neppure la memoria più labile dovrebbe averli dimenticati; o almeno guardare quelli che ci stanno sotto gli occhi proprio oggi: come sarebbero i fatti di Portogallo, dove una minoranza del diciotto per cento ha la strana pretesa di arraffare il potere alla maggioranza. Senza parere troppo indiscreti, non si potrebbe davvero desiderare una dimostrazione pratica più persuasiva della teoria enunciata dal compagno Zarodov: che, almeno quando è in gioco la famigerata «dittatura del proletariato», maggioranza non è un concetto aritmetico, ma politico.

Ma poi mi sembrerebbe ingiusto e pressoché intollerabile rovesciar questa broda tutta quanta addosso a chi si compiaccia di una tal dittatura (che brutta parola però!), e di vituperarlo o di cuculiarlo per un'uscita del genere. Diamine, è la vecchia, la solita storia che si ripete da che mondo è mondo: sempre la stessa storia, quella sciorinata dal Giusti in versi fin troppo noti, versi popolareschi, che però si richiamano a una verità eterna: Che i più tirano i meno è verità, / posto che sia nei più senno e virtù: / ma i meno, caro mio, tirano i più, / se i più trattiene inerzia o asinità.

Per mettere tutto a posto secondo ragione, basterebbe prendere «maggioranza» nell'antico e legittimo significato di «essere maggiore» (sia pure con la forza, la violenza e la prepotenza), di «essere più forte» (oppure più provveduto, più spregiudicato, più deciso); o nel significato di «superiorità», di «predominio» di «potere»: accezioni queste che i nostri venerabili Accademici registrarono tutte nel loro Vocabolario.

Ed ecco perché, appena intesa l'incredibile affermazione del compagno Zarodov, m'è tornata alla mente quella scheda di Gino Capponi, con le parole dette da un calzolaio a Carlo Strozzi nei primi impeti popolari che furono come il proemio del Tumulto dei Ciompi, e che sboccarono anch'essi in una «dittatura del proletariato» avanti lettera: «le vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano».

Ricondotta a tale antica accezione, dunque, lo strabiliante discorso intorno al significato non aritmetico ma politico del vocabolo «maggioranza» torna (eccome!) a quadrare. Ma non so già se codesta accezione del vocabolo abbia corrispondenza in altre lingue, e nella russa in particolare; particolarissimamente, poi, non c'è neppur da pensare che del vocabolo il compagno Zarodov conoscesse quell'antico significato italiano che solo darebbe finalmente un senso ragionevole alle sue parole. Le quali, invece, nel nostro linguaggio moderno, hanno piuttosto un che di umoristico: umorismo nero, direi.

È maggio quando tutto è in fiore

A maggio non basta un fiore. / Ho visto una primula: è poco. / Vuoi nel prato le prataiole: / è poco: vuole nel bosco il croco. / È poco: vuole le viole; le bocche / di leone vuole e le stelline dell'odore. // Non basta il melo, il pesco, il pero. / Se manca uno, non c'è nessuno. / È quando è in fiore il muro nero, / è quando è in fiore lo stagno bruno, / è quando fa le rose il pruno, / è maggio quando tutto è in fiore (Giovanni Pascoli, È maggio)


Io e famiglia, Giovanni Pascoli
di Cesare Garboli

L’“io” di Pascoli non è mai solo, è sempre in famiglia, inseparabile dalla famiglia, attaccato e incollato all’istituto famigliare come la cozza allo scoglio e l’embrione all’utero. Se non ci fossero i famigliari – il pensiero e il ricordo della tragedia famigliare –, il Pascoli darebbe a se stesso, al proprio segreto, alle proprie viscere, poca o nessuna importanza: questo aspetto di Narciso, l’interesse autobiografico e lo studio rivolto al proprio “io”, di tipo petrarchesco, o, per stare più al moderno, di tipo proustiano (il tipo, per intenderci, «Solo il mio cor piaceami»), non definisce il Pascoli, e, in fondo, non gli appartiene. Questa morbidezza, questa complicità gli sono estranee. La puerilità pascoliana è di segno diverso; la tana, la sopravvivenza della tana non è il proprio io, è la famiglia. E se non c’è di mezzo la famiglia, il Pascoli non parla volentieri di sé; se lo fa, lo fa in termini di laboratorio, funzionali all’oggetto sotto il torchio, come nelle Rane o nella Mia sera

La psicologia pascoliana è più antica, più ruvida di quanto non si pensi comunemente. Tuttavia, la voracità dell’esperienza famigliare, e quindi la connotazione quasi interamente famigliare dell’io, non è meno singolare dell’occasionalità, della casualità, del disordine, dell’eruzione sempre traumatica con cui l’io famigliare si manifesta. Eccezione sorprendente, nella produzione di un poeta che tende sempre al ciclo, il tema famigliare non si organizza – se non nel Ritorno a San Mauro, dove il ritorno al grembo è un ritorno al paese, e l’io famigliare altri non è che un io infantile, o un’identità perduta.

La correlazione, così stretta, così palese, tra la propria identità e un trauma famigliare diventato un’idea coatta, sembra al Pascoli ignota: questa correlazione non lo interessa, l’idea coatta è “normale”. Si dia un’occhiata anche superficiale alla totalità della produzione pascoliana, si guardi all’asse che la divide. Ci sono in Pascoli due cantieri attivi in permanenza, corrispondenti a due tipi di produzione contigui: uno intimo, privato, autobiografico, “lirico” (dicono a scuola), insomma il Pascoli myriceo e garfagnino, il grande artigiano delle piccole emozioni dell’«Ultima passeggiata», di «Creature», di «In campagna», e delle piccole e grandi dei Canti di Castelvecchio. Ad esso si affianca, non meno operosa, l’industria che sforna prodotti di marca più professionale, istituzionale, epico-ellenistici e epico-romanzi. Chiamerò questa produzione “seriale”. Essa circoscrive il Pascoli dei Carmina, dei Conviviali, del romanzo di Rosa, delle tarde Canzoni bolognesi. In questo settore non c’è posto per l’autobiografia dichiarata.

Ma anche sul versante myriceo e garfagnino, dove il Pascoli parla di sé (direttamente, con parole facili, o per metafora, con la nota novità del linguaggio regressivo), il posto dell’autobiografia è interamente occupato dal ricordo e dalla sopravvivenza della tragedia: a regnare sovrana è un’ossessione; l’io, l’identità e l’intimità dell’io, è solo una corrente derivata.